Triveneto 2023 Storia e Ambiente

STORIA E AMBIENTE
Piccole perle di storia e di ambiente

Una sintesi di storie e di ambienti vicini alla città di Belluno da leggere e sopratutto da vivere in occasione del Raduno Triveneto di giugno.

BELLUNO
Note Storiche Belluno
Le origini

Possibili origini celtiche sono riconoscibili nella radice *bel- con il significato di “brillante” e dunum“centro fortificato”, pertanto Belluno è la “Città splendente”.

Capoluogo dell’omonima provincia sorge a quota 389 m s.l.m.

Nel territorio comunale di 147,22 kmq. insistono una trentina di frazioni, ovvero borghi minori di insediamenti di pregevoli architettura rurale.

Al 31 gennaio 2023 gli abitanti erano 35.464 per una densità di 240,89 ab. kmq.

Un antico blasone (detto) popolare recita Bèl Belùn… secondo a nessun!, ovvero Bella Belluno, come nessun’altra città!

Le primissime popolazioni del luogo furono quelle pre-indoeuropee prima del 3000 a.C. e i Paleoveneti giunsero dalla pianura padana risalendo la valle del Piave.

I primi insediamenti umani individuati nel territorio di Belluno risalgono alla prima metà del I millennio a.C.

All’incirca in tale periodo (tra 80e 400 a.C.) il territorio bellunese subì l’invasione dei Galli e tracce celtiche si trovano nella toponomastica e nello stesso nome della città.

L’emigrazione del Bellunese
Emigrazione
Un flusso ininterotto 

Dal sec. XVI in poi si ripetettero flussi migratori interni alla Repubblica di Venezia dominante l’alta valle del Piave (1404-1797).

Stagionalmente artigiani valligiani di strada, per la stasi dei lavori agricoli, raggiungevano i territori della Serenissima e dell’Impero asburgico.

Tornavano a casa in tempo per semina e fienagione.

Caduta Venezia, varie calamità favorirono l’emigrazione di massa in Prussia (Germania), Austria e Russia per costruire grandi vie di comunicazione (v. Transiberiana) sino alla caduta di quegli Imperi ad inizio ‘900.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia (1866), perdurando fame e miseria, si emigrò verso l’Europa centrale fronteggiando l’incremento demografico del 130% della popolazione (1820-1921).

Dagli anni ’70 del sec. XIX la “Grande Emigrazione”, sollecitata dal “sogno americano”, spinse migliaia di famiglie oltre oceano alla ricerca dell’“eldorado”.

Lo spopolamento della montagna veneta gravò molto dal 1861 al 1985: emigrarono infatti quasi 30 milioni di italiani con il Nord Est – Belluno in particolare – sempre ai vertici degli espatri.

Quali sono i “volti” più noti dell’emigrazione bellunese?

Il minatore. Arte praticata da secoli nel Bellunese. Fu facile trovare lavoro nelle miniere europee e degli Stati Uniti, così come nella cantieristica per costruire dighe, strade e ponti in ogni continente.

seggiolai (careghète). Soprattutto dall’Agordino operarono nella pianura padana sino ai Pirenei francesi oltre la metà del sec. XX.

Gli zattieri (zatér). Dalla Spagna al Caucaso i bellunesi per secoli trasportarono materiali sulle vie d’acqua.

Il gelatiere. Titolari e addetti sono attivi in tutta Europa, provenienti dalle Valli di Zoldo e Boite.

Le donne. Oltre a filandère e serve, le balie da latte, pure di pargoli illustri (ad es. Luchino Visconti e Rita Levi Montalcini).

Il lavoro minorile. Ciòde e ciodéti al servizio nelle case signorili e nelle aziende edili e agricole del vicino Trentino.

È una storia mai chiusa.

La nuova emigrazione vede i giovani sulla via dell’estero non trovando lavoro a casa propria,ma pure per aumentare il bagaglio professionale. Non più stipati in piroscafi e treni, ma in aereo. Non più con la valigia di cartone, ma con lauree e conoscenza di più lingue.

E la storia continua…

Bellezze Naturali, Artistiche e personaggi
Bellezze Naturali
Bellezze naturali

Tra le bellezze naturali si annoverano l’Alpe del Nevegàl , il Gruppo della Schiara, il biotopo della zona umida delle fontane di Nogarè e il canyon naturale del Bus del Busón (insediamento paleoveneto).

Bellezze artistiche

Tra le bellezze artistiche ricordiamo i Musei Civici con la Pinacoteca a Palazzo Fulcis e la sezione archeologica nel Palazzo dei Giuristi.

Opere di vari autori, da Paris Bordone e Palma il giovane ad Andrea Brustolon, si trovano nella Basilica di S. Martino, che sorge accanto al campanile di Filippo Juvara (sec. XVIII), e nelle chiese di S. Stefano (XV-XVI sec.) e S. Pietro (XIV sec. e ricostruita nel XVIII).

Da segnalare il palazzo dei Rettori (oggi Prefettura, XVI sec.), il Monte di Pietà (sec. XVI), il palazzo dei Vescovi (oggi Auditorium, sec. XII), il Teatro Comunale di Giuseppe Segusini (sec. XIX).

Da ricordare poi che, città turrita in epoca medievale, oggi rimangono in Belluno soltanto le vestigia del Torrione e quelle del Castello di città oltre alle porte Rugo (sec. XIII e successive trasformazioni) e Dojona (sec. XIII e successive trasformazioni), mentre porta Dante, già Porta Ussolo, fu restaurata nel 1865 e dedicata al Sommo Poeta.

Personaggi illustri

Nei secoli hanno dato lustro a Belluno: Pierio Valeriano, umanista e notaio pontificio; Sebastiano Ricci, caposcuola della pittura veneta del ‘700; Andrea Brustolon, scultore detto il “Michelangelo del legno” (sec. XVII-XVIII); papa Gregorio XVI, al secolo Bartolomeo Alberto Cappellari (sec. XIX); Tomaso Antonio Catullo, naturalista e rettore dell’Università di Padova (sec. XIX); Aristide Gabelli, pedagogista (sec. XIX); Giovanni De Min, pittore (sec. XIX); Ippolito Caffi, pittore (sec. XIX); Ugo Fasolo, scrittore e critico (sec. XX); Dino Buzzati, scrittore (sec. XX); Pierina Boranga, pedagoga (sec. XX); Rodolfo Sonego, soggettista e sceneggiatore cinematografico (sec. XX); Beniamino Dal Fabbro, critico e scrittore (sec. XX); Mario De Biasi, fotografo e reporter (sec. XX).

Per vicende familiari nel secolo XX vi nacque l’attore Marco Paolini, mentre vi trascorsero la loro infanzia gli scrittori Pier Paolo Pasolini e Giuliano Procacci.

Il Rifugio 7° Alpini al Pis Pilòl
Rifugio 7°
Un punto focale del territorio

Il Rifugio 7° Alpini sorge nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi fra due rami nativi del torrente Ardo e nell’anfiteatro delle imponenti pareti sud della Schiara.

Costruito con l’apporto determinante degli alpini del 7°, fu inaugurato nel 1951.

Il Rifugio 7° e la vicina capanna-bivacco “Severino Lussato” sono la base per gran parte delle principali ascensioni alpinistiche e delle traversate turistico-alpinistiche sul Gruppo dei monti Schiara, Pelf e Pale del Balcòn.

Il Rifugio è punto terminale dell’Alta via n. 1 delle Dolomiti, che in circa 150 km conduce dal lago di Braies a Belluno, nonché punto di ristoro per gli escursionisti che percorrono a piedi il tragitto da Monaco a Venezia.

Il Gruppo montano della Schiara
Schiara
La Sciara

Il Gruppo della Schiara, che prende il nome dalla vetta principale (2.565 m), è un massiccio montuoso a nord della città e deriva dal dialetto sciara = anello in base ad una leggenda popolare secondo la quale S.Martino, patrono di Belluno, vi legava il cavallo.

Sito all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi è noto ad alpinisti e rocciatori per la varietà di pareti dolomitiche ad alto grado di difficoltà, sentieri, vie e ferrate.

Tra queste ultime sono le ferrate “Piero Rossi” e “Luigi Zacchi” che partono in prossimità del portón, grotta naturale sita a poche decine di metri dal Rifugio 7° Alpini (1.502 m) per raggiungere il quale si percorre un sentiero con oltre 1.000 m di dislivello.

A quota 2.328 si giunge al bivacco “Ugo Dalla Bernardina” e poi si può raggiungere la “Gusèla del Vescovà” (2.366 m), un torrione di pietra di oltre 40 m da gusèla = ago per la sua caratteristica sembianza fusiforme.

La prima salita in artificiale della Gusèla fu del 1909 ad opera del tenente degli alpini Arturo Andreoletti (futuro fondatore dell’A.N.A.) con il tenente Carlo Sassi, il capitano Jacopo Cornaro e alcuni alpini della 64a Compagnia del Battaglione “Feltre”.

L’impresa fallì e fu ripetuta nel 1913 quando lo stesso Andreoletti, condotto dalla forte guida fassana Francesco Jori e con l’alpino Giuseppe Pasquali di Caviola, arrivò in cima.

Il versante settentrionale della Schiara, invece, è servito dal Rifugio “Furio Bianchet”, sito nella radura del Pian dei Gat (1.250 m) e ideale punto d’appoggio per escursioni ed ascensioni di ogni grado di difficoltà, alcune delle quali figurano tra le più spettacolari nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

L’Altopiano del Cansiglio
Cansiglio
Il bosco da reme

L’Altopiano del Cansiglio si estende a cavallo delle province di Belluno, Treviso e Pordenone ed il suo nome probabilmente deriva da “concilium”, terra consortile indivisa di boschi e pascoli, appartenente a più comunità.

Vari reperti testimoniano la presenza umana a oltre 10.000 anni fa quando l’Uomo di Cromagnon utilizzava l’altopiano a riserva di caccia, risalendovi dalla pianura durante la stagione estiva.

Gli insediamenti successivi (Paleoveneti, Romani, Barbari) vedono un avvicinamento al Cansiglio soprattutto da parte degli alpagoti.

Il primo documento risale al 923 d.C., allorché il re d’Italia Berengario assegnò quel feudo al Vescovo Conte di Belluno.

In epoca comunale passò alle “Regole della Comunità dell’Alpago”, indi nel sec. XVI alla Repubblica di Venezia e ricordato come “Bosco dei Dogi” o “Bosco da reme”.

Dopo i domini napoleonico e asburgico nel 1866 il Cansiglio passò sotto la gestione dell’Azienda di Stato italiana per le Foreste Demaniali.

Oggi lassù una presenza importante è quella di Veneto Agricoltura,  l’Agenzia che svolge attività di supporto alla Giunta Regionale  nell’ambito delle politiche per i settori agricolo, agroalimentare, forestale e della pesca.

Essa opera a salvaguardia e tutela di biodiversità vegetali e animali autoctone d’interesse agrario, naturalistico e ittico e nella gestione del demanio forestale regionale.

Di proprietà di Veneto Agricoltura sono pure il Museo regionale dell’Uomo “Anna Vieceli” ed il Centro etnografico e di cultura cimbra che testimonia l’insediamento di questa popolazione proveniente  dall’Altopiano dei Sette Comuni.

Patrimonio Mondiale dell’Unesco
Territorio
Il Territorio

Il territorio di competenza della Sezione e dei suoi 44 Gruppi alpini, comprende 28 dei 61 Comuni della provincia di Belluno tra Zoldo, Longaronese, Alpago, Pontalpino, Val Belluna e Agordino. Queste valli sono solcate dal fiume Piave e dai suoi affluenti, i maggiori dei quali sono i torrenti Maè e Cordevole.

Il profilo orografico è segnato da importanti e famosi gruppi montuosi assai frequentati dagli alpinisti e dagli escursionisti e includono dal giugno 2009 parte dei nove sistemi delle Dolomiti divenuti Patrimonio Mondiale dell’Unesco: Bosconero, Pelmo, Civetta, Marmolada, Moiazza, Agnèr, Croda Granda, Monti del Sole, Pale di S. Lucano e di S. Sebastiano, Schiara, Monti dell’Alpago e Prealpi Bellunesi.

Tutte queste vette si specchiano nelle acque dei laghi di S. Croce, AlleghePontesèi in Val di Zoldo e Valle del Mis.

Per quanto riguarda le arterie di grande comunicazione va sottolineato che il territorio considerato è attraversato dal percorso terminale nord dell’autostrada A27 (uscita di Pian di Vedoia) e da parte delle due linee ferroviarie Padova-Calalzo e Conegliano-Ponte nelle Alpi.

Oltre al capoluogo Belluno, città di nascita dello scultore di origine zoldana Andrea Brustolon, dello scrittore e giornalista Dino Buzzati, dello sceneggiatore di origine alpagota Rodolfo Sonego e dei critici Ugo Fasolo e Beniamino Dal Fabbro, altri centri vantano illustri figli: Ponte nelle Alpi (Arrigo Boito musicista e librettista); Agordo (Tito Livio Burattini, inventore del metro, e Antonio Pertile, storico del diritto); Cencenighe Agordino (Giovan Battista Pellegrini (glottologo di fama mondiale; Canale d’Agordo (papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani) Falcade (Augusto Murer, scultore); Sospirolo (Girolamo Segato, egittologo e naturalista); Mel di Borgo Valbelluna (Luigi Cima, pittore).

La popolazione che vi vive, oltre al maggioritario ceppo veneto, vanta anche antiche origini sub ladine, ladine e cimbre, sparse nelle diverse vallate e orgogliose prosecutrici delle loro identità culturali caratterizzate da lingua, usi e costumi e da tradizioni ancor oggi praticate.

Il Tempio Ossario di Mussoi

L’Ossario in località Mussoi, alla periferia di Belluno, a poca distanza dalla caserma Salsa-D’Angelo e di fronte alla casa natale del papa Gregorio XVI, nel 1936-37 fu costruita una chiesa dedicata ai Caduti bellunesi della Grande Guerra e integrata nel convento dei Padri Cappuccini.

Il progetto fu redatto dall’architetto bellunese Alberto Novello Alpago.
Passato il tormentato periodo bellico il Tempio fu dedicato alla Immacolata Concezione di Maria Vergine e consacrato il 4 ottobre 1946 dal vescovo di Belluno e Feltre mons. Girolamo Bortignon.

Divenne poi parrocchia nel 1956 con la visita del Vicario generale della Diocesi di Feltre e Belluno mons. Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I.

Nel 1949 la facciata fu abbellita dall’affresco della Pietà e si provvide all’ampliamento del sottocoro. 

L’edificio presenta un grande portale d’accesso in bronzo su cui si leggono i nominativi dei 411 Caduti i cui resti sono tumulati in due cappelle laterali in loculi nominativi, chiusi con piccole lastre di marmo.

Nella cappella di sinistra si trova un altorilievo in bronzo a ricordo del sergente aviatore Arturo Dell’Oro, Medaglia d’Oro al Valor Militare, caduto sui cieli di Belluno il 1° settembre 1917, mentre in quella di destra una targa ricorda le gesta dell’avvocato Jacopo Tasso, patriota fucilato dagli Austriaci il 10 aprile 1949 a Treviso.

Le campane della chiesa sono state realizzate con il bronzo di cannoni recuperati sui campi di battaglia. Ogni sera i loro rintocchi ricordano i Caduti.

Il Sacrario di Pian di Salesei

In Comune di Livinallongo del Col di Lana-Fodóm ai piedi del monte dove nell’aprile 1916 scoppiò una gigantesca mina italiana nel tentativo di liberare la strada verso nord.

Costruito al posto di un già esistente cimitero militare del 1922, è opera dell’arch. Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni che crearono un manufatto originale rispetto agli altri Sacrari per accogliere le spoglie di tutti i soldati seppelliti nei piccoli camposanti dolomitici sul Col diLana e in Marmolada.

La costruzione consiste in una muratura aperta che ospita i loculi dei 685 caduti noti (tra cui 19 austro-ungarici). Su ogni loculo la scritta Presente accompagna generalità e ruolo militare ricoperto dal Caduto.

La muratura appare come una gigantesca croce individuabile solo dall’alto. Alla fine del percorso sorge una cappella, unica testimonianza del vecchio cimitero del 1922. Qui si trovano le formelle di una Via Crucis e la tomba che raccoglie le spoglie dei militari rimasti senza nome. 

Lungo il viale di accesso si notano 14 cippi che recano il nome di altrettanti campi di battaglia viciniori.

Il Sacrario è proprietà demaniale dello Stato e dipende dal  Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra.

È raggiungibile in auto (A27 Venezia-Belluno, uscita Pian di Vedoia, proseguimento sulla SS 51 per 75 km), in treno (stazione di Calalzo di Cadore, 70 km), in aereo (aeroporto Venezia, 200 km).

INFO: tel. 0423-544840 – cimagrappa@onorcaduti.difesa.it

Il Sacrario Rifugio delle Vittorie al Col Visentìn

Il Rifugio Budden al Col Visentìn, poi delle Vittorie, costruito nel 1900, fu distrutto dall’invasore austro-tedesco nel 1917. 

Fu ricostruito nel 1939/40 ad opera dei montagnini del col. Antonio Norcen, comandante del 5° Artiglieria Alpina, che volle dedicarlo alla memoria dei caduti del Reggimento nella Grande Guerra e in terra africana. 

Si aggiunsero poi i caduti in Albania, Montenegro e Russia durante la 2a guerra mondiale. 

Una prima inaugurazione avvenne nel 1941, quella ufficiale nel 1946 e una terza nel 1968 dopo l’incendio che lo distrusse nel 1964.

Nel sacello votivo c’è la bronzea effigie di Santa Barbara, copia di quella sparita dopo l’incendio del 1964 e donata da Donna Isi Protti, vedova del gen. Norcen, in occasione della reinaugurazione del 1968. 

L’effige è fusa nel bronzo di una batteria nemica catturata nella Grande Guerra e fu postanella saletta del Gruppo “Val Piave”. 

Ora è custodita dalla Sezione Alpini di Belluno per evitare che la statua “emigri per ignoti lidi” come lo fu per la precedente, scomparsa dopo l’incendio del 1964.

Nella sala grande c’erano gli stemmi in legno scolpiti dallo scultore Casagrande di Vittorio Veneto di tutti i comuni della Provincia di Belluno e di alcuni della Marca Trevigiana, in gran parte distrutti dall’incendio del 1964.

Gli stemmi furono rifatti nel 1968 dalle penne nere bellunesi.

C’era anche una credenza artisticamente lavorata a mano, una sorta di gioiello di famiglia. Tutto ciò è ora custodito nella sede A.N.A. in via Tissi 10 a Belluno.

Il Museo della Guerra Bianca in Marmolada

È situato a Punta Serauta sul massiccio della Marmolada, Regina delle Dolomiti. È il più alto d’Europa e si trova sui luoghi che furono teatro di battaglia della Grande Guerra. Fu realizzato nel 1990 da Mario Bartoli e Bruno Vascellari e loro collaboratori. Nel 2015 l’Associazione “Museo della Grande Guerra in Marmolada Onlus” e la Società “Marmolada s.r.l.”, in occasione del centenario della Grande Guerra, idearono e realizzarono un nuovo museo.

L’attuale struttura museale propone, grazie alle nuove tecnologie, un percorso interattivo multimediale e multisensoriale, che guida il visitatore a immedesimarsi nelle condizioni climatiche d’alta quota vissute dai soldati nel corso del primo conflitto mondiale.

Magnificamente esposti sono presenti una grande quantità di materiale, storico e documentaristico e di reperti risalenti a quegli anni.

All’esterno del museo, durante la stagione estiva, è possibile visitare le gallerie, camminamenti e postazioni seguendo una piccola ferrata. In una o due ore si potrà così scoprire la Marmolada a 360°. Il museo è visitabile tutti i giorni in estate e inverno ed è raggiungibile attraverso la funivia della Marmolada, scendendo alla seconda stazione.

L’ingresso al museo è compreso nel costo del ticket della funivia. Su richiestavengono organizzate delle visite guidate sino ad un massimo di dieci persone a gruppo.

INFO: Marmolada S.r.l. – via Malga Ciapèla 48 – 32023 Rocca Pietore (BL) tel. +39 334 6794461 –   visitmuseo@museomarmoladagrandeguerra.com

Museo storico del 7° Reggimento Alpini

Il museo ha la propria sede in un’ala di Villa De Manzoni, in località Patt a Sedico (da cui la vulgata “Villa Patt”), di proprietà della Provincia di Belluno. Esso trae origine dalle storiche collezioni del Museo–Sacrario del 7° Reggimento Alpini, di proprietà del Ministero della Difesa, ora esposte in un nuovo allestimento, realizzato appositamente e di grande effetto scenografico.

Le collezioni sono varie e comprendono numerose armi, gagliardetti storici, cimeli e documenti che raccontano la storia del reggimento dalla sua fondazione (1887) , attraverso tutti i conflitti , fino agli interventi di soccorso alle popolazioni civili e alle più recenti e attuali
missioni internazionali, anche se il periodo storico più ampiamente rappresentato è di certo quello corrispondente alla Grande Guerra.

All’interno del percorso espositivo si segnala la particolarità di alcuni reperti appartenenti alla categoria delle “prede belliche” quali ad esempio armi e paramenti dei Ras abissini, memoria delle guerre coloniali, e altri cimeli databili alla seconda guerra mondiale.

Recentemente il museo ha acquisito un lembo di terra afghana donata dal 7° Reggimento a memoria dei propri caduti ed un cimelio che ricorda il sacrificio dell’alpino Armando Piva nell’attentato di Cima Vallona del 25 giugno del 1967. 

Orari di apertura in occasione del Raduno Triveneto:
• venerdì 16 dalle 14:00 alle 18:00
• sabato 17 dalle 09:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 19:00.

Riferimento: Cristina Busatta
Provincia di Belluno – Servizio Cultura
Via S. Andrea, 5 – 32100 BELLUNO

tel: 0437 959273
email: c.busatta@provincia.belluno.

Il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi

 

Patrimonio Unesco

Istituito nel 1990 è incluso nel sito delle Dolomiti, dichiarato Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 2009.

Queste le sue finalità:
• tutelare i valori naturalistici, storici, paesaggistici ed ambientali e conservare i valori bio-genetici della flora, della fauna e degli aspetti geomorfologici;
• migliorare le condizioni di vita degli abitanti interessati;
• promuovere ricerca scientifica e educazione ambientale tramite la divulgazione della cultura naturalistica;
• ripristinare le attività agro-silvo-pastorali.

Il Parco ha una superficie di 31.512 ettari, interamente compresa entro la provincia di Belluno, tra i fiumi Cismon ad ovest e Piave ad est, esteso a nord verso il bacino del torrente Maè e a sud nel basso Agordino.

Comprende i gruppi delle Alpi Feltrine (Vette di Feltre, Cimónega, Pizzocco, Bréndol, Agnelezze), Monti del Sole, Schiara, Talvéna, Prampèr e Piz di Mezzodì. 

Sono presenti aree carsiche d’alta quota, rupi e pendici detritiche, habitat ideale per numerose specie di alta montagna.

Il territorio, eccezion fatta per le succitate aree carsiche, si presenta ricco di risorse idriche: sorgenti, paludi e corsi d’acqua tra i quali: Cordevole, Mis, Caorame, Stién (affluente del Caorame), Falcìna (affluente del Mis), Ardo, Vescovà, Prampèra (affluente del Maè) che concorrono alla ricchezza biologica del Parco. Alcuni scorrono in forre profonde e tutti sono soggetti a variazioni. 

La flora del Parco è composta da rododendri, cardi, stelle alpine e altre piante montane, boschi di latifoglie e di conifere.

La fauna comprende, tra gli altri, marmotte, ermellini, martore, scoiattoli, caprioli, cervi, camosci, mufloni, stambecchi, cinghiali, lupi e linci; chirotteri (ad es. pipistrelli); uccelli (picchio, astore, civetta, allocco, gufo, gallo cedrone, fagiano, pernice); rettili e anfibi (tritone, salamandra, rospo, rana, vipera ecc.).

INFO: Piazzale Zancanaro, 1 – 32032 Feltre (BL) – tel 0439/3328 – mail: info@dolomitipark.it

Vajont, per non dimenticare …

9 Ottobre 1963 – 9 ottobre 2023

 

Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 si consuma al Vajont la più grande tragedia nella storia delle Alpi: l’enorme frana, già da tempo in movimento, si stacca con uno schianto pauroso dal fianco del monte Toc, piombando in un unico blocco nelle profonde acque del bacino artificiale.
La velocità elevatissima di caduta, fa sì che la montagna, dopo aver toccato il fondovalle, prosegua la sua corsa risalendo per 140 metri oltre la quota della diga sul versante opposto sino a lambire le prime abitazioni di Casso. 50 milioni di mc d’acqua schizzano fuori dall’invaso: una parte si dirige verso Erto, il paese si salva grazie ad uno sperone di roccia che lo protegge, ma l’onda si porta via tutte le frazioni del piccolo Comune costruite sulle sponde del lago; la parte maggiore dell’onda, dopo aver scavalcato la diga, si incunea nella stretta forra del Vajont acquistando velocità e potenza inaudite e piombando come un maglio sulla sottostante valle del Piave: in pochi minuti i ridenti paesi di Longarone, Pirago, Rivalta, Vajont, Faè, Villanova, La Punta e parte di Codissago con le relative infrastrutture vengono annientati.
L’alba del 10 ottobre sorge su una spianata livida di sterminio, su una necropoli di macerie e di melma, dove tutto è morte e desolazione: travolti dalla furia delle acque, 1910 esseri umani, denudati e subito rivestiti di solo fango, ricoperti di detriti o trasportati anche a decine di chilometri di distanza, vengono in pochi minuti derubati della vita, della dignità della morte e, per molti di loro, anche di una cristiana sepoltura poiché i loro corpi non saranno mai ritrovati. La maggior parte di queste innocenti vittime riposa nel Cimitero Monumentale Vittime del Vajont a Fortogna.
La macchina dei soccorsi si mette in moto nella notte stessa, organizzata ed efficace: migliaia di militari delle varie Armi sia nazionali che di altri Stati, raggiungono in breve tempo il luogo dell’immane catastrofe dove ogni forma di vita e di attività umana è scomparsa, portando una grandissima testimonianza di amore, di solidarietà e di professionalità.
Per giorni e giorni, interi reparti di alpini, in gran parte giovani in servizio di leva, Carabinieri, Polizia, Vigili del Fuoco si prodigano nell’opera di soccorso più difficile e dolorosa: la ricerca delle quasi duemila salme disperse dentro e fuori l’area devastata.
Inizia così, per molti alpini, il servizio di leva …
Servizio ed esperienza che non dimenticheranno mai …

I luoghi della memoria del Vajont

I luoghi della tragedia, simboli di quell’immane evento ed i luoghi che nel tempo hanno permesso il perpetuarsi della Memoria attraverso immagini, reperti e ricordi, sono oggi i tasselli di un unico ed articolato itinerario che costituisce un percorso nello spazio e nel tempo utile a conoscere, capire ed imparare; la Memoria non è una cortina stesa sulle vicende del passato che ne richiama il ricordo, è piuttosto, in questo caso, la necessità di riportare alle coscienze gli insegnamenti che scaturiscono da una tragedia nazionale causata dall’inettitudine e dall’irresponsabilità dell’uomo.

Museo Longarone Vajont
Attimi di Storia

Il Museo è locato dal maggio 2009, al piano primo del Centro Culturale di Longarone, in Piazza Gonzaga, n 1. Si sviluppa seguendo la cronologia degli eventi; attraverso foto, reperti e totem multimediali, si ripercorre l’excursus storico dell’evento Vajont con immagini della Longarone dagli inizi del ‘900, la progettazione e realizzazione della Diga del Vajont, il disastro ed i soccorsi e la ricostruzione della attuale cittadina. È aperto al pubblico dal martedì a domenica, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00 (orario estivo).

LA DIGA DEL VAJONT

Situata nella forra del Vajont, a 7 km dall’abitato di Longarone in direzione Erto, la diga rimane l’emblema della tragedia. Eretta alla fine degli anni ’50, ha resistito alla forza dirompente dell’onda del 9 ottobre 1963. Il coronamento della diga è percorribile solo con visita guidata. (informazioni: info@prolocolongarone.it).

Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont

Situato a Fortogna, 5 km a sud di Longarone, fu realizzato all’indomani della Tragedia per accogliere le spoglie delle Vittime. Recentemente ristrutturato ed ampliato, è stato designato Monumento Nazionale nel 2003. La parte esterna del Camposanto -che accoglie 1910 cippi marmorei a testimonianza di ogni vittima- è sempre accessibile dagli ingressi laterali; il Portale informativo, che contiene una mostra fotografica e di reperti, è aperto su prenotazione con visita guidata. (informazioni: info@prolocolongarone.it).

Chiesa Monumentale di Longarone

Si trova in Piazza Jacopo Tasso, in centro a Longarone. Costruita dopo il Disastro, sui resti del precedente edificio religioso e su progetto dell’Arch. Giovanni Michelucci, è dedicata alle Vittime del Vajont.

Per informazioni sulle visite guidate e sull’accessibilità ai Luoghi della Memoria del Vajont:

ASSOCIAZIONE PRO LOCO
UFFICIO TURISTICO DI LONGARONE – MUSEO – LONGARONE VAJONT, ATTIMI DI STORIA.

Piazza Gonzaga, n. 1  – 32013 LONGARONE (BL)
Tel. 0437 770119 – Fax. 0437 576334
www.prolocolongarone.it
info@prolocolongarone.it

L’Alpe del Nevegàl
Il toponimo

E’ considerata la montagna dei cittadini del capoluogo. 

Tutta incastonata nel territorio comunale, sorge ai piedi delle Prealpi ed è posta a sud della città. 

Secondo fonti popolari il toponimo potrebbe derivare dalla posizione rispetto a Belluno: mostra il suo versante innevato (neve) e da lì spunta l’alba e inizia la giornata (gallo).

Orografia 

L’Altopiano si aggira sui 1000 m s.l.m., mentre ad est e a sud è delimitato dai monti Pascolét e Faverghèra e dai Colli Toront e Visentin, tra i 1278 ed i 1763 m s.l.m. 

Lo sguardo spazia sulla Valbelluna e le prime vette dolomitiche (Vette Feltrine, Monti del Sole, Schiara), si scorgono i massicci di Pelmo, Civetta e Marmolada e ad est le Prealpi dell’Alpago e del Cansiglio.

Sport Invernali

Nota stazione invernale, il primo impianto di risalita fu aperto tra l’Altopiano e il Faverghèra nel 1955, ma il turismo sciistico vi si era radicato già da tempo grazie al Rifugio Bristot.

Negli anni ‘70 in Nevegàl c’erano ben 20 piste di discesa e 15 impianti di risalita, di cui 2 seggiovie e 13 sciovie. Nel 1985 vi si ospitò una  Universiade invernale.

Il Giardino Botanico

Suo fiore all’occhiello è il Giardino Botanico delle Alpi Orientali di circa 6,25 ettari entro la riserva naturale Monte Faverghèra tra i 1400 ed i 1600 m s.l.m.

Sito ricco di specie vegetali provenienti da tutto il mondo è assai conosciuto tra gli appassionati naturalisti.

Come arrivare

Il Nevegàl è raggiungibile principalmente attraverso la SP 31 che, partendo da Belluno, passa per la frazione di Castion, raggiunge l’Altopiano e ridiscende verso Ponte nelle Alpi collegandosi all’uscita dell’autostrada A27 a Pian di Vedoia.

Maria Immacolata Nostra
Signora Di Lourdes
Il Santuario
Un edificio recente

Sorto per desiderio e impegno del Vescovo di Belluno – Feltre, Mons.
Maffeo Ducoli, e progettato dall’arch. Eugenio Abruzzini, il Santuario fu consacrato neI 1995.

E un’ampia struttura, dotata di servizi e parcheggi, costituita da un grande portico, il campanile, la cappella del Santissimo e della Riconciliazione, la sala per gli incontri, la biblioteca, la grotta dell’Immacolata, le cappelle del S. Rosario, e la via Crucis.

Posto a mille metri, sulla splendida terrazza del Nevegàl, il Santuario è un’oasi di pace che richiama ed accoglie visitatori e pellegrini durante tutto l’arco dell’anno. 

La statua della Vergine ed il graffito

Nella grotta primeggia la statua in marmo della Vergine che è stata benedetta da Papa Giovanni Paolo II nel 1992.

Di pregio le varie opere presenti di artisti contemporanei fra le quali il graffito nell’abside dello scultore Franco Fiabane, un cotto veneto del prof. Renato Varese e venti mosaici realizzati dalla Scuola di Spilimbergo.